Menu
Cerca
Covid permettendo

Biennale Venezia: programma 2021, l’arte torna protagonista della scena

Le date ci sono, così come sono chiare le direttive da seguire per permettere lo svolgimento delle attività in totale sicurezza. C'è grande attesa per la ripresa delle attività del settore artistico. Ma tutto, ovviamente, dipenderà dall'andamento globale dell'emergenza sanitaria.

Biennale Venezia: programma 2021, l’arte torna protagonista della scena
Spettacolo Venezia, 15 Aprile 2021 ore 13:06

L’arte si riprende, lentamente, i propri spazi all’interno della vita delle persone. E lo fa con coraggio, sfidando il Covid, senza dimenticare la prudenza e le norme anti contagio: la notizia della presentazione dei primi programmi della stagione artistica alla Biennale di Venezia è una vera e propria iniezione di speranza. E ottimismo.

Biennale Venezia, l’arte torna protagonista

Chi l’avrebbe mai detto, giusto per dire una data, il 20 febbraio 2020, che il mondo, di lì a poco avrebbe subito un trauma globale inaspettato, indicibile, che tutti ci saremmo dovuti fermare, vinti da un piccolo ma letale nemico invisibile. La risposta è tanto semplice quanto scontata: nessuno.

E proprio con gli occhi pieni di immagini tristi, con le città vuote, i locali chiusi, con le riunioni online, con tutto quello che ormai, da più di un anno rappresenta la vita in tempi di Covid, pensare all’arte, in un certo senso, è stato per molti un gran dolore. Prima di tutto per gli operatori del settore.

Ma anche per gli utenti, per così dire, per gli amanti dell’arte, del cinema, del teatro, della danza. Ora, sulla base di queste premesse, ovviamente, la notizia della pubblicazione da parte della Biennale di Venezia dei programmi per la stagione 2021, si capisce, è una di quelle notizie che riempie il cuore.

Ieri, infatti, mercoledì 14 aprile 2021, (una data storica per certi versi) l’arte è tornata padrona della scena, si è ripresa i riflettori, cercando con coraggio e prudenza di riconquistare pian piano il proprio ruolo all’interno della vita delle persone. Un ruolo, per molti, davvero importante.

E’ stato il Presidente Roberto Cicutto insieme ai Direttori ricci/forte, Wayne McGregor e Lucia Ronchetti a presentare i programmi della Biennale Teatro 2021 (2 – 11 luglio), della Biennale Danza 2021 (23 luglio – 1 agosto), della Biennale Musica 2021 (17 – 26 settembre) e i relativi Biennale College.

Ecco il programma completo della Biennale di Venezia

Niente fronzoli, si parte subito con un appuntamento dal grandissimo valore culturale. Si tratta della Biennale Architettura, che si aprirà al pubblico il 22 maggio e resterà visibile fino al 21 novembre 2021, dalle 10 alle 18 eccetto il lunedì, giorno di chiusura. Ecco come il curatore Hashim Sarkis ha spiegato l’esposizione.

“Abbiamo bisogno di un nuovo contratto spaziale. In un contesto caratterizzato da divergenze politiche sempre più ampie e da disuguaglianze economiche sempre maggiori, chiediamo agli architetti di immaginare degli spazi nei quali possiamo vivere generosamente insieme.

Insieme come esseri umani che, malgrado la crescente individualità, desiderano connettersi tra loro e con le altre specie nello spazio digitale e in quello reale; insieme come nuove famiglie in cerca di spazi abitativi più diversificati e dignitosi; insieme come comunità emergenti che esigono equità, inclusione e identità spaziale.

Insieme trascendendo i confini politici per immaginare nuove geografie associative; e insieme come pianeta intento ad affrontare delle crisi che richiedono un’azione globale affinché possiamo continuare a vivere“.

Biennale Teatro 2021, Blue

Hanno scelto una palette di colori Stefano Ricci e Gianni Forte (ricci/forte) per comporre, pensando alla Comédie humaine di Balzac, il racconto in quattro parti della loro Biennale Teatro. E sarà il blue, in tutte le sue sfumature, a fare da guida al 49. Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia, in scena dal 2 all’11 luglio.

“Perché si parte dal blue? Perché la malinconia l’isolamento e la morte ci hanno arrestati: il silenzio dei Teatri vuoti potrebbe dipingersi con l’azzurro di un freddo che avvolge tutte le maestranze e gli artisti dello spettacolo ormai a casa da mesi… Blue sarà questa edizione 2021 della Biennale Teatro: un lavoro di riflessione sulla coscienza di un nuovo inizio, sul timone artistico atto a ritrovare questa isola che non c’è (cancellata via dalle rotte da una pandemia gomma pane) e a rifondare, con tale germinante focolaio espressivo, un neo Rinascimento culturale per collocare ancora una volta l’Arte teatrale nel posto che merita, in Noi, in eterna magnificenza del divino”.

Krzysztof Warlikowski, Kornél Mundruczó con il Proton Theatre, Roberto Latini, Kae Tempest, Thomas Ostermeier e Edouard Louis, Danio Manfredini, Francesco Pititto e Maria Federica Maestri di Lenz Fondazione, Agrupación Señor Serrano, Filippo Andreatta e il suo Office for Human Theatre, Adrienn Hód, Paolo Costantini sono gli artisti in scena a Venezia. Accanto ad alcuni dei registi invitati, altri artisti e specialisti saranno maestri per il programma di masterclass di Biennale College: Martin Crimp, Chiara Guidi e Galatea Ranzi, Leo Muscato con Nicole Kehrberger e il maestro Riccardo Frizza, Monica Capuani, Andrea Porcheddu, Davide Carnevali.

Gli spettacoli

Inaugura il Festival Krzysztof Warlikowski, Leone d’Oro alla carriera, con una novità per l’Italia: We are Leaving, adattamento di Suitcase Packers di Hanoch Levin, fra i maggiori autori di teatro israeliani. “la miglior messinscena di Warlikowski negli ultimi anni” secondo Le Monde, We are Leaving è uno spettacolo corale, intinto di umorismo nero che vira in tragedia, in cui l’andare verso un ipotetico mondo migliore che continuamente si impiglia in un “falso movimento”, diventa simbolo di una condizione umana. In scena una piccola comunità con le sue storie quotidiane fatte di risentimenti e tensioni pronte a esplodere, un mosaico di personaggi che Warlikowski blocca come in una sorta di “iperrealismoipnotico” in una coreografia di gesti, tic, posture.

Colpisce al cuore lo spettatore Kornél Mundruczó portando in scena un mondo di brutalità e prevaricazione che apre sugli abissi dell’uomo per interrogarsi su libertà e destino, bene e male. È Hard to be a God, in prima italiana alla Biennale con la compagnia indipendente Proton Theatre fondata nel 2009 dallo stesso Mundruczó, regista dal segno potente sia che affronti cinema teatro o lirica. Tutto si svolge all’interno di due camion per il trasporto merci posteggiati negli anfratti del porto di Rotterdam, zona franca dove tutto può succedere, tra trafficanti di esseri umani, snuff movie e prostituzione. La macchina narrativa si mette in moto giocando sullo sfasamento percettivo dei diversi media abilmente incrociati dal regista ungherese e su colpi di scena che rovesciano improvvisamente situazione e prospettiva.

Il mondo degli ultimi è al centro anche dello spettacolo di Roberto Latini, artista che ha fatto del rapporto voce-parola-suono uno dei cardini della sua ricerca, ora in dialogo con l’impasto unico di un testo estremo di Giovanni Testori, In exitu. Alla teoria di personaggi randagi dell’hinterland milanese del poeta lombardo In exitu aggiunge il giovane tossico Riboldi Gino, colto negli ultimi, strazianti momenti vissuti nei bagni della Stazione Centrale di Milano.

“In exitu è come una Pietà. La parabola parabolica vissuta da Riboldi Gino è quella di un povero Cristo tenuto in braccio da Madonne immaginate, respirate, disarticolate, nella fonetica di una dizione sollecitata fino all’imbarazzo tra suoni e senso, come fossero le parole a essere infine deposte dalla croce sulla quale Testori le ha inchiodate” (R. Latini).

È con il Leone d’Argento Kae Tempest che l’arte più antica della poesia, nella sua dimensione originaria di racconto orale, si trasforma in bruciante energia, una narratività necessaria e autentica che mescola la metrica della poesia ai ritmi rap. Poeta, autore per il teatro e di testi narrativi che hanno scalato le classifiche e raccolto premi, rapper e performer di affollatissimi reading, Kae Tempest, classe 1985, sarà a Venezia nell’esibizione live di The Book of Traps & Lessons in prima per l’Italia. “Kae Tempest tratta coraggiosamente della povertà, delle classi sociali, del consumismo – scrive il Guardian. In un modo che non solo evita le insidie e i rischi della banalità, ma addirittura rendendoli belli, attingendo alla mitologia antica e alla cadenza omiletica per raccontare storie quotidiane”.

Anche Thomas Ostermeier con lo spettacolo Qui a tue mon pére sente l’esigenza di tornare all’essenza stessa del teatro, “all’uomo che parla a un gruppo di uomini che si è raccolto per ascoltarlo” (T. Ostermeier). Lo fa con un testo autobiografico affidato all’interpretazione dello stesso autore che poi lo ha ridotto per le scene, come in un gioco di specchi: è Edouard Louis, esploso sulla scena letteraria con Farla finita con Eddy Bellegueule.

Il suo secondo romanzo, Qui a tue mon pére è un atto di accusa con tanto di nomi e cognomi di quei politici e uomini di stato che hanno distrutto il welfare piegando corpo e dignità dei più fragili, gli esclusi dalla storia come suo padre, cresciuto in una realtà che è già condanna.

“Le decisioni dei politici possono incidere sulla vita degli ultimi. Come avere un determinato corpo – nero, donna, transgender. Un corpo e il suo disfacimento che riflette la storia degli ultimi trent’anni in Francia” (E. Louis).

Un teatro che si fa canto dolente per Danio Manfredini, figura rara e appartata della scena contemporanea che pure ha influito su generazioni di attori, a Venezia autore e interprete accanto al musicista e polistrumentista Francesco Pini di Nel lago del cor. La suggestione dantesca del titolo allude allo sprofondare della memoria in quell’inferno sulla terra che sono stati i lager rievocati nello spettacolo. Con le parole di Primo Levi, Hanna Arendt, Zalmen Gradowski che Manfredini intreccia in una babele di lingue, immagini, canti per dire l’indicibile. Spettacolo che dedica “ai sopravvissuti, perché le loro parole sono state una guida” e come un “requiem a tutti coloro che sono morti senza lasciare traccia”.

L’interrogativo sulla vita che è anche interrogativo sull’identità è alla base di Altro stato firmato da Francesco Pititto e Maria Federica Maestri di Lenz Fondazione, capofila di una ricerca che fonde scrittura per immagini e creazione plastica dello spazio. Tratto da La vita è sogno di Calderón de la Barca, un autore che è una costante della ricerca della compagnia e ultima di una serie di riletture contemporanee di classici. Altro stato si presenta in forma di assolo interpretato dall’”attrice sensibile” Barbara Voghera, in cui vengono a convergere le figure del servo Clarino e quella del principe Sigismondo. Principe e servo si inseguono alla ricerca di una sola identità con l’unica certezza che “non c’è via di scampo dalla forza del destino e dal crudele fato”.

Cosa sia vero ai tempi della post verità è la domanda cruciale all’origine di The Mountain, ultimo lavoro di Agrupación Señor Serrano, compagnia premiata nel 2015 con il Leone d’Argento, ideatrice di straordinari dispositivi scenici che mescolano mondo virtuale e performance dal vivo, tecnologia quotidiana e modellini in scala, video proiezioni e immagini in tempo reale mentre diverse linee drammaturgiche si intersecano. E in questo caso sono: la prima spedizione sull’Everest tentata da Mallory nel 1924 da cui non tornerà indietro lasciando dubbi sul risultato; il panico suscitato da Orson Welles con il suo programma radiofonico La guerra dei mondi, anno 1938, primo esempio del potere di condizionamento dei media; Vladimir Putin che, come un maestro di cerimonie, parla soddisfatto di fiducia e di verità, riflette sul ruolo dei media di raccontare la storia… Il tutto fra giocatori di badminton che giocano a baseball, tanta neve, schermi mobili e una visione frammentata di ciò che accade in scena allo stesso modo in cui la realtà si presenta.

Autore di un teatro al grado zero, dove anche un paesaggio immobile può diventare spettacolo plasmato dal suono, Filippo Andreatta è “il regista più sperimentale che si sia incontrato da molti anni a questa parte” (copyright Franco Cordelli), tanto da riuscire a portare anche un libro di architettura in scena, il cult di Rem Koolhaas Delirious New York. Fondatore dell’Office for Human Theatre (OHT) nel 2008, Filippo Andreatta debutta a Venezia con un nuovo progetto in prima assoluta che, parafrasando Gertrude Stein, si intitola Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro.

“Uno spettacolo che sparisce. Si sottrae e non racconta nulla. Al centro del lavoro c’è un vuoto, un’assenza che permette l’emersione di qualcosa che conosciamo ma che non sappiamo più vedere. Privando il palco e la materia che lo abita di significati precostituiti, OHT omaggia il teatro per quello che è: un teatro è un teatro è un teatro è un teatro… Quinte, cieli, fondali, luci, americane, contrappesi; ogni elemento diventa una voce da ascoltare in purezza. Voci udibili perché senza parole. Esattamente come nel solfeggio dove le note si materializzano all’orecchio in se stesse: do-re-mi-fa-sol-la-si” (F. Andreatta).

Da una tradizione teatrale importante e vitale come quella ungherese arriva, oltre a Mundruczó, anche la coreografa Adrienn Hód, più volte vincitrice del Rudolf Laban Award e dal 2007 alla testa della giovane compagnia Hodworks, attorno al cui nucleo ruotano artisti multidisciplinari. È in totale libertà che Adrienn Hód (“Sull’altare dell’arte puoi fare cose proibite nella vita reale. L’arte è quindi un gioco, un alibi che ci rende liberi”) decontestualizza spazio e movimento per ritrovare la radicale fisicità del corpo. Così nel suo ultimo lavoro, Sunday, tutti gli elementi dello spettacolo, coreografici e/o teatrali, immersi nell’aggressivo pulsare di una musica gabber, vengono riplasmati dai cinque interpreti in un’esperienza essenziale che afferra lo spettatore.

“La domenica non è un giorno noioso di riposo, ma un tour di performance eccezionale. Cosa significa essere una ballerina oggi? Ballare è pericoloso? Cosa è immorale e cosa non lo è? Tutto è permesso. È tutto permesso?”

Infine, Paolo Costantini, vincitore della quarta edizione di Biennale College Registi presenterà, prodotto dalla stessa Biennale, Uno sguardo estraneo (ovvero come la felicità è diventata una pretesa assurda), che trova il suo punto di partenza in uno dei più famosi testi della scrittrice Premio Nobel Herta Müller, Oggi avrei preferito non incontrarmi, dove una donna senza nome, convocata da un regime dittatoriale, attraversa la città seduta su un tram e riflette.

“Crediamo che l’atmosfera soffocante del testo – scrive Costantini – riesca a evocare il mondo in cui viviamo oggi. La frenesia della società e la pressione che esercita ha trasformato le modalità in cui si percepisce la propria vita. La dittatura politica è sostituita da una dittatura della frenesia del fare, in cui il tempo è sempre più contratto. Ci si ritrova intrappolati all’interno di gabbie nevrotiche auto generate, che si manifestano in mille forme diverse, ma che hanno come denominatore comune il rapporto con il tempo”.

Biennale College e Teatro

Il progetto di Biennale College secondo i Direttori ricci/forte consolida l’idea di ricerca e sostegno di nuovi talenti aggiungendo all’attenzione per la regia e la drammaturgia, soprattutto italiane, il bando internazionale per performer, che sceglierà un lavoro performativo inedito in esterni, individuando luoghi topici della vita quotidiana lagunare. Considerando il grande interesse che oggi suscita l’autorialità performativa nel resto del mondo, così profondamente connessa con le Arti Visive, quelle della Musica e della Danza, La Biennale di Venezia ha ritenuto importante e necessario invitare artisti internazionali a confrontarsi con una scrittura scenica, come quella performativa site specific, in grado di raccontare le istanze del contemporaneo.

Biennale College si articolerà quindi in quattro sezioni: registi italiani under 35, autori italiani under 40, performer italiani e stranieri under 40, masterclass.

Registi, autori, performer

Per le prime tre sezioni i bandi lanciati a dicembre hanno raccolto 415 adesioni da cui sono stati al momento selezionati:

30 candidati per il bando registi under 35 da cui, al termine di varie fasi di selezione, sortirà un unico regista vincitore di un premio di produzione che gli consentirà la realizzazione, con il supporto dei Direttori artistici, del proprio spettacolo da presentare nell’ambito della Biennale Teatro 2022.

Gli attuali candidati sono:

Alessandro Biswas, Michele Brasilio, Filippo Capparella, Francesco Cecchi Aglietti, Annalisa Cracco, Ilenia D’Avenia, Marco Fasciana, Giovanni Firpo, Ruggero Franceschini, Francesca Gabucci, Federico Gagliardi, Gabriele Gerets Albanese, Emanuele Giorgetti, Simone Giustinelli, Giulia Grandinetti con Rodolfo Salustri, Virginia Landi, Andrea Lucchetta, Michele Mariniello, Francesca Merli, Olmo Missaglia, Giulio Nocera, Gabriele Paupini, Pier Lorenzo Pisano, Lorenzo Ponte, Alba Maria Porto, Alessandro Sanmartin, Elvira Scorza con Noemi Grasso, Matteo Spiazzi, Elena Zamparutti con Francesco Cocco, Francesco Zanlungo con Lara Barzon.

16 autori under 40, da cui verranno scelti, al termine delle fasi di selezione, due autori vincitori, che potranno presentare in forma di lettura scenica i loro testi originali, in collaborazione con un riconosciuto centro di formazione teatrale, alla Biennale Teatro 2022.

I 16 autori attualmente selezionati sono:

Daniela Brunelli, Tolja Djokovic, Francesco Giuseppe Dossi, Noemi Giulia Fabiano, Emmanuele Ferrarini, Giacomo Garaffoni, Serena Guardone, Damiana Guerra, Emilio Marchese, Margherita Mauro, Chiara Migliorini, Piera Mungiguerra, Valeria Patota, Dario Postiglione, Valentina Virando, Giacomo Fiorenzo Zibardi. La loro masterclass, condotta da Davide Carnevali per l’intera durata del Festival, stabilirà al termine della stessa i due autori vincitori.

15 sono gli attuali candidati per la performance site specific, a cui seguirà una seconda fase di selezione sempre nel corso di quest’anno, al termine della quale verranno nominati i due vincitori, che parteciperanno alla fase di realizzazione e presenteranno, infine, i loro lavori a Biennale Teatro 2021.

I selezionati di questa prima fase sono:

Giulia Briata, Ivonne Capece, Simon Capelle, Stellario Di Blasi, Irene Di Lelio, Antonella Di Martino, Valentina Donati, Charlie Lana Rooy, Paolo Panizza, Giulia Perelli, Ulisse Romanò, Lara Russo, Pablo Tapia Leyton, Anna Terio, Maria Luisa Usai.

Masterclass

Un programma di masterclass coprirà l’intera durata del 49. Festival Internazionale del Teatro coinvolgendo pubblico e professionisti da tutto il mondo per un’approfondita riflessione sul fare teatro oggi. Perché Venezia e la Biennale non siano soltanto il palcoscenico per la presentazione di spettacoli, ma anche e soprattutto il luogo dell’incontro, dell’apprendimento, della formazione pratica e della discussione delle arti teatrali a livello internazionale.

Un programma di masterclass e di tavole rotonde (sulla regia nell’opera lirica e su teatro e psicoterapia) e che si integra al programma di spettacoli e diventa parte essenziale del Festival.

Maestri per gli artisti che verranno selezionati tramite bando internazionale saranno: Monica Capuani per la traduzione teatrale, Martin Crimp per la drammaturgia, Chiara Guidi e Galatea Ranzi per attori/performer, Leo Muscato con Nicole Kehrberger e il maestro Riccardo Frizza per cantanti lirici, Danio Manfredini sul corpo poetico, Krzysztof Warlikowski per registi/drammaturghi, Adrienn Hód per attori/performer, Andrea Porcheddu per la critica teatrale.

Biennale Danza 2021, First Sense

Tutto quello che si può fare con la danza e attraverso la danza oggi. Al suo primo anno di direzione, Wayne McGregor illumina con il 15. Festival Internazionale di Danza Contemporanea (23 luglio > 1 agosto) la complessità, l’ampiezza, la “trasformabilità” di una disciplina in continuo rinnovamento e che, in dialogo con il pensiero più avanzato, concorre agli sviluppi dell’arte contemporanea.

La mappa della Biennale Danza 2021 si articola in sette passi/tempi: gli spettacoli dal vivo con coreografi e compagnie da tutto il mondo, le installazioni all’insegna del multilinguismo, le nuove energie di Biennale College, la ricca produzione di opere filmate sulla e con la danza, le collaborazioni fra discipline in seno alla stessa Biennale, le conversazioni con gli artisti e le commissioni di nuova danza. 10 giorni di attività con oltre 100 artisti, tutte prime per l’Italia, due prime mondiali e tre prime europee.

Live

Xie Xin e Yin Fang dalla Cina con lo Xiexin Dance Theatre; Hervé Koubi, coreografo franco-algerino con la sua compagnia multietnica e la vocalist ebreo-egiziana Natacha Atlas; Soon-ho Park e la Bereishit Dance Company dalla Corea del Sud; Marco D’Agostin dall’Italia; le statunitensi Pam Tanowitz – danzatrice e coreografa – e Simone Dinnerstein, pianista, accompagnate dalla Pam Tanowitz Dance; Olivier de Sagazan, artista francese di Brazaville; la danzatrice basca Iratxe Ansa che con l’italiano Igor Bacovich forma Metamorphosis, di stanza a Madrid; il collettivo artistico (La)Horde, con Marine Brutti, Jonathan Debrouwer e Arthur Harel da un anno alla testa del Ballet National de Marseille, a Venezia insieme a Rone, campione della scena elettronica francese; Oona Doherty dall’Irlanda del Nord e Germaine Acogny dal Senegal.

Sono gli artisti di una scena dal vivo senza confini, ricca delle forme e dei contenuti del mondo. Radicals, secondo McGregor, espressione di una danza dal segno incisivo che, attraversata dalle urgenze del mondo, parla al nostro tempo.

È da sapienze estetiche millenarie che nasce il respiro della danza della compagnia cinese Xie Xin Dance Theatre, fondata solo sei anni fa dalla coreografa Xie Xin e oggi una delle forze propulsive della danza contemporanea cinese nota anche al resto del mondo. Sapienze antiche che rinascono sotto un proprio segno specifico a contatto con le conoscenze più evolute: alla Biennale la Xie Xin Dance Theatre presenterà la prima europea di Entropy, firmata da Yin Fang, artista poliedrico attivo nella danza, nelle arti performative e nel cinema. Formato al classico, Yin Fang è approdato a forme più contemporanee di spettacolo. Attivo come danzatore nelle maggiori compagnie del suo Paese, Yin Fang è stato uno dei collaboratori di Sidi Labi Cherkaoui (per Genesis), ma anche alla testa di opere di teatro sperimentale che incrociano fotografia, video, danza.

Attinge invece al mosaico delle antiche culture mediterranee delle sue radici algerine Hervé Koubi: riti, melodie, storie, tradizioni che mixa in maniera spettacolare con il linguaggio della breakdance e dell’hip hop permeato dall’energia sensuale dei suoi 15 danzatori. Il ritorno alle origini coniugato con i nuovi saperi del corpo in un misto di appartenenza e sradicamento ispira anche il nuovo lavoro di Koubi, Odyssey. Il nuovo spettacolo celebra la femminilità nell’incontro con il maschile attraverso la partitura dei movimenti dei danzatori che si incontra con la partitura fusionale di suoni di Natacha Atlas, vocalist ebreo-egiziana della scena internazionale tra echi panetnici e il ritmo dell’elettronica europea.

Sfrecciano nello spazio i danzatori della Bereishit Dance Company, compagnia con sede a Seoul che rilegge la cultura tradizionale coreana in una prospettiva contemporanea, attingendo con approccio multimediale alla danza di strada. In questo contesto la musica è un elemento essenziale delle opere di Soon-ho Park, che ha fondato la compagnia nel 2011: il ritmo accende i corpi dei danzatori in un dinamismo acrobatico, come se avessero metabolizzato ogni tipo di suono e di movimento. In Italia per la prima volta con due opere: Balance & Imbalance, in prima nazionale e Judo in prima europea.

Fra i nomi nuovi della scena italiana che come coreografo calca dal 2010, Marco D’Agostin è da allora presente con i suoi lavori in tutta Europa e nel 2018 ha vinto un premio Ubu come miglior performer under 35. Già presente alla scorsa Biennale Danza, D’Agostin ritorna quest’anno con Best Regards, un assolo nello spirito graffiante di Nigel Charnock cui è dedicato. Una lettera impossibile “a qualcuno che non risponderà mai”: al creatore, prematuramente scomparso, di veri e propri one-man show che esorbitano dai limiti della performance, in un impetuoso e sfrontato impasto di teatro, danza, cabaret politico.

Il rigore formale maturato da una lunga e costante riflessione sulla danza fa di Pam Tanowitz una delle massime coreografe del nuovo millennio, in repertorio nelle maggiori compagnie e per la prima volta in Italia alla Biennale. Con una conoscenza della danza a 360 gradi, che da Balanchine arriva a Cunningham via Viola Farber, la Tanowitz usa tutti gli strumenti che la danza passata e presente le offre per smontarne i meccanismi e ricrearli sotto nuove forme. New Work for Goldberg Variations – in prima europea per Venezia – nasce in tandem con la pianista Simone Dinnerstein: un nuovo lavoro su un pezzo che è stato terreno di sfida per musicisti e coreografi e dove ora le limpide architetture dei danzatori sembrano illuminare di nuova luce quel distillato di emozioni che sono le Variazioni Goldberg di Bach.

La danza come oggetto scenico è l’originale approccio del pittore, scultore, artista della performance Olivier de Sagazan. Del 2001 è Transfiguration – dove il corpo dell’artista trasfigura sotto strati di argilla – opera estrema in continua espansione che incrocia danza teatro e arti plastiche, rappresentata oltre 300 volte in 20 Paesi diversi e con oltre 6 milioni di visualizzazioni su YouTube. L’evoluzione dell’opera nell’ultima decade vede accentuarsi l’aspetto performativo: de Sagazan cambia prospettiva distribuendo la performance del funzionario in giacca e cravatta che si sfigura in una creatura mostruosa a sei danzatori.

Nasce così un nuovo spettacolo, dove “l’effetto di gruppo, insieme al loro modo istintivo di muoversi conferisce a questi corpi mascherati una stranezza e una forza che non avrei mai immaginato. Vi ho visto l’embrione di dipinti impressionanti e nel tempo mi è diventato ovvio che avevo qualcosa da fare, come un pittore con i suoi colori e i suoi pennelli. Dipingere con corpi ricoperti di fango e che hanno l’aspetto di sculture” (O. de Sagazan). Di residenza in residenza diventa La Messe de l’Âne, che si rifà alla medievale festa dei folli, presentato in prima assoluta a Venezia.

È un “nudo d’artista” che si svela progressivamente agli occhi dello spettatore il lavoro firmato dalla basca Iratxe Ansa – artista indipendente dopo la scuola di Cranko e l’attività con le compagnie di Forsythe, Kylián, Duato, Ek, Naharin, McGregor, Pite – e dall’italiano Igor Bacovich, formato all’Accademia di Danza di Roma e poi al Codarts di Rotterdam. Al desnudo è un laboratorio dinamico che prende il via da un classico duetto per poi crescere in un limpido processo di decostruzione che mette a nudo trama e meccanismi della creazione nel suo stesso farsi. L’originale duo si amalgama alle note del Concerto n. 2 per violino di Philip Glass e delle musiche di Johan Wieslander e alle le luci e le immagini, che sovrappongono live e pre-registrato, di Danilo Moroni.

Radicale è il grido di battaglia di A Room with a View, firmato in coppia da (La)Horde e Rone. È il grido di rabbia e sofferenza di una generazione che al senso di catastrofe oppone la forza del gruppo con le sue lotte e i suoi conflitti, la violenza ma anche la vitalità della ribellione. Uno spettacolo travolgente e adrenalinico con corpi che volano, scossi dal pulsare dei suoni scolpiti dal dj Rone, attorno a cui si addensa l’orda di ravers, sopravvissuti al collasso della civiltà. Al centro una visione politica della danza che mette in primo piano forme coreografiche della rivolta popolare – dai rave al ballo tradizionale ai jumpstyle di internet – nutrita del pensiero di Alain Damasio, scrittore di fantascienza, e la sua guerra dell’immaginario.

Una “danza fuori dalle regole” nei temi e nei modi è quella di Oona Doherty, nome nuovo della danza europea e Leone d’Argento di questa edizione del Festival, a Venezia con Hard to be Soft – A Belfast Prayer. Non ortodossa è la scelta di mettere in scena lo spaccato di una comunità, quella della sua infanzia a Belfast, con i suoi orizzonti limitati da imposizioni culturali, sociali, religiose. Delle classi lavoratrici, praticamente assenti dai palcoscenici della danza, la Doherty coglie la dimensione quotidiana, la loro violenza e vulnerabilità, i tic, gli stereotipi e i vizi, ma anche il coraggio, la forza e l’energia.

Somewhere at the Beginning è l’assolo in cui Germaine Acogny, pioniera della danza contemporanea africana e Leone d’Oro alla carriera del Festival, fa i conti con il proprio passato, quelle radici che sono il punto di partenza di tutta la nostra vita, e che si incarnano nelle figure arcaiche che l’accompagnano. Partita dall’Africa, esule in Europa e poi di ritorno alla sua terra d’origine, lo spettacolo della Acogny è anche un dialogo tra l’Occidente e il continente africano, sulla ricerca di identità che non è mai qualcosa di dato o di acquisito. Il regista franco-tedesco Mikaël Serre sceglie di rendere questo gioco della memoria attraverso l’intimità, evitando le semplificazioni dell’ideologia.

Installazioni

Mikhail Baryshnikov e Jan Fabre, Wilkie Branson, Random International e lo stesso Wayne McGregor, “artisti che lavorano nelle intersezioni tra corpo, tecnologia, cinema, realtà virtuale e/o aumentata, intelligenza artificiale, scienza”, firmano tre opere installative sperimentali che saranno visibili lungo tutto l’arco del Festival.

Concepito come “un’installazione d’arte con film”, come recita la didascalia, Not Once – che debutterà in prima europea alla Biennale – vede riuniti per la prima volta due artisti totali come Mikhail Baryshnikov e Jan Fabre, che insieme hanno lavorato 4 anni per poter completare l’opera. Basato su un monologo scritto da Fabre e interpretato da Baryshnikov, Not Once svela – attraverso undici stanze immaginarie di una mostra fotografica – il rapporto platonico tra il soggetto e una fotografa che, per anni, ne ha manipolato il corpo e lo ha rielaborato in diverse entità. Il lavoro multimediale è concepito per il cinema ed esplora le relazioni tra un artista, il suo lavoro e la vita, il suo pubblico e, in definitiva, l’equilibrio tra dare e ricevere – tra dipendenza e indipendenza.

È definito “opera di danza cinematografica animata digitalmente” il pluripremiato Tom di Wilkie Branson, che fonde il linguaggio del b-boying con tecnologie all’avanguardia – animazione digitale, projection mapping, surround, modelli 3d fatti a mano, tecniche di fotogrammetria, sistemi di chroma key capture – riuscendo a veicolare una storia emotivamente potente attraverso immagini sbalorditive. Tom è soprattutto, un lavoro sulla tristezza, la solitudine, l’isolamento: è il racconto del viaggio di un uomo, interiore e reale al tempo stesso, che presta il suo volto illeggibile a una fila di uomini chiusi nella stessa carrozza di un treno con la stessa imperturbabilità. Un viaggio alla ricerca di sé, tra angoscia, desiderio, nostalgia, illusione.

Future Self è una “scultura luminosa vivente” che si anima al movimento dei ballerini, come dei visitatori, attraverso 3 videocamere in 3d che catturano le forme e le rispecchiano su un reticolo di alluminio composto da 10.000 led che emettono luce in tutte le direzioni. Frutto delle ricerche di Hannes Koch e Florian Ortkrass che nel 2005 fondano il collettivo artistico Random International, attivando collaborazioni attorno a progetti sperimentali. Per il debutto Random coinvolge Wayne McGregor con la sua compagnia e il compositore Max Richter.

Biennale College Danza

“Se la nostra stagione live costituisce il cuore della Biennale, il College è la nostra linfa vitale”, afferma Wayne McGregor. Il bando lanciato a gennaio ha raccolto nell’arco di un mese 489 adesioni da tutti i continenti: 249 dall’Italia e 240 dall’estero (49 le nazionalità di provenienza).

Sono 19 i danzatori selezionati: Chiara Quintili, Viola Busi, Rebecca Bendinelli, Antigoni Neophytou, Winnie Asawakanjanakit, Cathy Grealish, Matchima Josephine Flos, Taliha Scott, Matteo Fiorani, Salvatore De Simone, Mattia Sala, Giacomo De Luca, Luca Cappai, Albert Carol, Vilim Poljanec, William Wright-Neblett, Shaquelle Charles, Gioele Cosentino, Isabel Le Cras. Con loro, danzatori-coreografi: Yuexuan Gui, Bianca Bor, Raymond Pinto, Mounir Ali. Saranno tutti in residenza supportata dalla Biennale di Venezia per tre mesi, da maggio a luglio, impegnati in due percorsi tecnici, creativi e performativi, in larga parte condivisi, che si concluderanno con la presentazione sul palcoscenico del 15. Festival Internazionale di Danza Contemporanea di un duplice programma: opere dal repertorio di Wayne McGregor (Far) e Crystal Pite (Solo Echo) e cinque brevi coreografie originali (ca. 15’).

Nei primi dieci giorni i due percorsi confluiscono, sotto la guida di McGregor, sul Physical Thinking (o intelligenza cinestetica), da sempre oggetto di attenzione e studio da parte del coreografo britannico, indagato attraverso la pratica coreografica e performativa. Un modo per costruire le capacità collaborative del gruppo e condividere tecniche per la generazione di materiale di danza e composizione coreografica.

Gli artisti selezionati saranno poi impegnati in sessioni quotidiane dedicate a tecniche di danza classica e contemporanea con maestri di livello internazionale; sessioni di approfondimento del mondo creativo e del repertorio dello stesso McGregor e di un altro importante nome della coreografia contemporanea, Crystal Pite. Un modo per conoscere il lavoro dall’interno insieme ai suoi stessi artefici, smontando nei suoi elementi essenziali una coreografia per conoscerne i meccanismi dall’interno.

Sessioni specifiche saranno poi dedicate alla creazione individuale dei danzatori-coreografi, impegnati in un breve lavoro coreografico concepito in stretta collaborazione con gli stessi danzatori del College.

Gli aspetti più prettamente estetici saranno, infine, integrati da quelle conoscenze pratiche che contribuiscono alla comprensione di cosa significhi prepararsi a essere un professionista a tutto campo oggi – dal funzionamento del mercato della danza alla costruzione di un portfolio da inviare a promoter e produttori, dal potere psicologico all’autostima.

Collaborazioni

Dall’uomo vitruviano, misura ideale di tutte le cose, al danzatore contemporaneo, soggetto e oggetto di saperi sempre più integrati, la danza trova nell’architettura un terreno naturale di dialogo. Così, quest’anno, il 15. Festival Internazionale di Danza Contemporanea incrocerà luoghi e tempi della 17. Mostra Internazionale di Architettura. Con le stesse installazioni Not Once, Tom e Future Self che saranno ospitate all’interno della Mostra per tutto il periodo del Festival sotto il titolo Embodied Action. E con i danzatori-coreografi di Biennale College, che – sotto la guida di Wayne McGregor – daranno vita a brevi frammenti coreografici, “istantanee” o “schizzi” sollecitati da segni, materiali, contenuti e temi della 17. Mostra. Le loro performance soliste – Solos in Architecture Biennale – saranno presentate all’Arsenale nella sezione della Mostra intitolata Amongst Diverse Beings.

Scrive McGregor:

“Per quanto diverse e sorprendenti nella loro specifica espansione del corpo come spazio, dello spazio come corpo, le tre installazioni parlano tutte del problema centrale How will we live together? Come vivremo insieme; interazione, dialogo, condivisione e connessione – comunicazione come cuore della nostra esperienza, fondamentale bisogno umano.

L’interazione dinamica tra le nostre motivazioni, quello che intendiamo esprimere e scambiare, con che efficacia lo realizziamo e come ‘leggiamo’ e rispondiamo gli impulsi degli altri è una comunicazione che passa prima di tutto attraverso e con il corpo.

Oggi, la comprensione che abbiamo del nostro corpo e del corpo degli altri esplode in dimensioni molteplici, si confonde con quello che era considerato il suo ambiente esterno, aumenta in una miriade di modalità sorprendenti che alterano la percezione. Stiamo imparando a comunicare di nuovo. E così anche la danza, la forma d’arte in cui l’azione incarnata e l’empatia fisica parlano oltre i confini e spesso di verità universali”.

Film

Due giorni per una non-stop di proiezioni video-cinematografiche di ogni genere, misura e formato: documentari, videoclip, microfilm, tutto quanto sia danza “sul film e nel film, una potente forza artistica e sociale” (W. McGregor). Un connubio antico, quello tra cinema e danza, oggi in piena espansione, che ha trovato nei canali web e nei social il suo massimo amplificatore e soggetto a una continua evoluzione accelerata dalle tecnologie smart. “Dalle nuove entusiasmanti forme di animazione ai documentari personali, la gamma e l’ampiezza dei lavori sono sorprendenti. Allo stesso modo, una nuova generazione di registi di danza sta creando opere sul proprio i-phone, in modo intelligente e veloce” – osserva McGregor.

Sarà un settore da esplorare con lo sguardo rivolto al futuro: partendo dai contributi filmati degli artisti invitati al Festival che meglio delineano il loro lavoro, passando attraverso opere di registi affermati per arrivare a visioni sperimentali ancora artigianali.

Conversazioni

Innescare un rapporto aperto alla conoscenza e al confronto in presa diretta, anche con un pubblico consapevole, sensibile alla ricerca dei diversi linguaggi espressivi. A questo proposito il Festival propone conversazioni post spettacolo con gli artisti protagonisti. Un puzzle di visioni, racconti, saperi attraverso la presenza di straordinari artisti della danza. A guidarci nel mondo poetico di tanti autori, sarà lo stesso direttore della Biennale Danza Wayne McGregor coadiuvato dalla scrittrice e dramaturg Uzma Hameed.

Un altro racconto per immagini sarà quello della fotografa Mary McCartney, che con Off pointe, dedicata al mondo della danza, aveva dato avvio alle mostre fotografiche dei suoi lavori, allargando poi il campo al mondo della natura e dell’arte. Mary McCartney sarà in residenza lungo tutto l’arco del Festival per coglierne istantanee, dettagli, umori dietro le quinte. Immagini che saranno proposte in una mostra alla Biennale Danza 2022.

Commissioni

Un progetto sulla contemporaneità con due programmi pluriennali di commissioni. Il primo destina risorse al Leone d’Argento, nominato annualmente, contribuendo alla realizzazione di una produzione futura.

Il secondo commissiona ogni anno una creazione autonoma destinata agli artisti italiani, che diventerà un progetto a più voci sulla nuova danza italiana. Compagnie di danza e/o coreografi e coreografe italiani potranno fare domanda a partire da maggio, quando verrà lanciato un bando specifico.

Nel corso del Festival verrà nominato il vincitore della commissione per una creazione originale che verrà presentata alla Biennale Danza 2022. Affinché la nuova creazione trovi strumenti, spazi e tempi necessari, l’impegno della Biennale Danza sarà non solo economico ma anche artistico.

Biennale Musica 2021, Choruses

Il Festival della Biennale Musica si svolge in diversi luoghi storici di Venezia e tende a mettere in risalto la tradizione musicale veneziana collegandola alla attualità compositiva contemporanea.

Si intitola Choruses – Drammaturgie vocali il 65. Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia, che si svolgerà dal 17 al 26 settembre sotto la direzione della compositrice Lucia Ronchetti. Al centro dell’attenzione “il trattamento compositivo della voce, a partire dai lavori corali monumentali degli ultimi decenni fino alle esplorazioni drammaturgiche della produzione vocale più recente” (L. Ronchetti).

Concerti, installazioni sonore, performance sperimentali, happening vocali, un’opera processionale e un lavoro di teatro musicale da camera, presenteranno i differenti aspetti della voce nella creatività contemporanea.

Il festival presenta importanti ensemble corali veneziani, il Coro della Cappella Marciana e del Teatro La Fenice di Venezia, accanto ad alcuni tra i più rappresentativi ensemble corali e vocali europei: il Theatre of Voices di Copenhagen, il SWR Vokalensemble e i Neue Vocalsolisten di Stoccarda, gli ensemble vocali Sequenza 9.3 e Accentus di Parigi, con la partecipazione l’Orchestra del Teatro La Fenice e dal Parco della Musica Contemporanea Ensemble.

Al Centro di Informatica Musicale e Multimediale della Biennale di Venezia (CIMM) è affidata la cura della diffusione e spazializzazione delle parti elettroniche presenti in alcuni dei lavori.

Saranno presenti nel festival compositori di differenti generazioni che hanno realizzato importanti lavori vocali e corali a cappella, vocalists e performers di differenti tradizioni musicali, sound artists che integrano la voce nei loro progetti sonori. I giovani compositori e performers selezionati da Biennale College comporranno dei nuovi lavori nelle diverse forme compositive presenti nel festival.

Gli incontri, le conferenze e le Lezioni di Musica in collaborazione con Rai Radio3 hanno la funzione di evidenziare il rapporto tra la tradizione musicale vocale veneziana e la contemporaneità.

Choruses è un festival diffuso che invita a una sorta di “pellegrinaggio dell’ascoltatore” attraverso luoghi e teatri storici – dall’Arsenale (Tese, Sale d’Armi, Piccolo Arsenale) alla Basilica di San Marco al Teatro La Fenice al Malibran, dall’Auditorium Lo Squero della Fondazione G. Cini al Conservatorio B. Marcello fino al Teatro Parco Bissuola a Mestre.

Comporre per l’insieme delle voci

Kaija Saariaho, Hans Abrahamsen, George Lewis, David Lang, Luca Francesconi; Sivan Eldar, Sergej Newski, Samir Odeh-Tamimi, Francesco Filidei, Jennifer Walshe; George Aperghis, Arvo Pärt, Sylvano Bussotti, Morton Feldman: compositori di diverse generazioni che concepiscono la scrittura vocale come uno strumento di sperimentazione e innovazione per la contemporaneità.

La musica vocale di Kaija Saariaho, Leone d’Oro alla carriera di questa edizione del Festival, è basata su testi di autori importanti di diverse epoche che trattano temi universali quali la solitudine del viaggio, la distanza, la morte. I testi sono analizzati dalla compositrice quali materiali sonori e come indicazioni e suggestioni di ascolto. A lei il Festival dedica una ritratto in quattro opere: la prima assoluta di Reconnaissance, interpretato dall’ensemble Accentus, protagonista anche della prima esecuzione italiana di Tag des Jahrs; la prima europea di Only the Sound Remains, nel nuovo allestimento di Aleksi Barriere e con l’interpretazione del Theatre of Voices di Paul Hillier; la prima esecuzione italiana di Oltra mar, che inaugura il Festival al Teatro La Fenice con l’Orchestra e il Coro stessi diretti da Ernest Martinez-Izquierdo.

La versione per orchestra di Children’s Corner di Claude Debussy composta del compositore danese Hans Abrahamsen, programmato nel concerto inaugurale, mette in evidenza il rapporto fondamentale tra i compositori della seconda generazione spettrale e la ricerca timbrica operata da Debussy.

Stessa classe, 1952, anche per George Lewis, riconosciuto protagonista dello sperimentalismo della diaspora africana, artista multimediale, professore di composizione alla Columbia University e attualmente artista in residenza presso il Wissenschaftskolleg zu Berlin. Il suo nuovo lavoro, commissionato dalla Biennale, riguarda Anthony William Amo, il primo filosofo di origine africana. Il nuovo brano per voci ed elettronica verrà eseguito in prima assoluta dai Neue Vocalsolisten, destinatari del Leone d’Argento.

Di David Lang, protagonista del post-minimalismo americano e fondatore di Bang On A Can, verrà invece eseguito The Little Match Girl Passion, brano premiato nel 2008 con il Pulitzer per la musica e interpretato dal Theatre of Voices di Paul Hillier, che lo ha registrato per l’etichetta Harmonia Mundi vincendo nel 2010 un Grammy Award.

Luca Francesconi sarà presente alla Biennale Musica 2021 con Herzstück, un lavoro per ensemble vocale composto per i Neue Vocalsolisten, su testo di Heiner Müller, autore dal quale è stato tratto il libretto della sua opera Quartett, una delle produzioni operistiche contemporanee di più grande successo, che vanta innumerevoli riprese e nuove produzioni in tutto il mondo.

Alla generazione degli anni ’70 e ’80 appartengono Sivan Eldar, Sergej Newski, Samir Odeh-Tamimi, Francesco Filidei che al festival presenteranno rispettivamente tre prime assolute e una prima italiana.

La compositrice Sivan Eldar, con studi tra Israele e Stati Uniti, dove si è laureata a Berkeley con Frank Bedrossian, Edmund Campion, oggi risiede a Parigi e dal 2019 è in residenza all’Orchestra Nazionale Montpellier (Opéra Comédie). Sivan Eldar rilegge il mito in After Arethusa, avvalendosi della scrittura di Cordelia Lynn, autrice di teatro e librettista con cui ha collaborato più volte (insieme debutteranno all’Opéra de Lille nella stagione 2021-22).

Nato a Mosca nel 1972, Sergej Newski si forma in Germania, con Jörg Herchet a Dresda e con Friedrich Goldmann a Berlino, dove ancora oggi risiede. A Newski i Neue Vocalsolisten hanno commissionato un nuovo brano, Die Einfachen, ispirato al reportage della storica Irina Roldugina su “I semplici”, il nome del movimento gay della Leningrado degli anni 20.

Presente sulla scena europea al pari di Newski, e come lui residente a Berlino, l’israelo-palestinese Samir Odeh-Tamimi è nato a Jaljuliya, città araba in Israele nel 1970: interprete della musica tradizionale araba, studia poi musicologia e composizione a Kiel e Brema. A Venezia presenta il brano Timna. Fra i compositori più riconosciuti della sua generazione, Francesco Filidei presenterà in prima assoluta Tutto in una volta, titolo tratto da una poesia di Nanni Balestrini.

Fra le personalità artistiche più rilevanti del panorama musicale contemporaneo, Georges Aperghis è stato attratto dalla ripetitività ossessiva di Adolf Wölfli. Wölfli-Kantata, in prima per l’Italia, sembra riflettere la fitta trama dell’artista svizzero, considerato maestro dell’Art Brut. Il lavoro monumentale per ensemble vocale e coro composto a 36 parti reali verrà eseguito dai Neue Vocalsolisten uniti al coro SWR Vokalensemble.

Di Arvo Pärt verrà eseguito lo Stabat Mater nella versione originale del 1985 per trio di voci e archi. Un canto liturgico il cui testo per il compositore estone “ci presenta l’esistenza simultanea di dolore incommensurabile di questo evento e di potenziale consolazione”. Condivide un destino comune con Pärt Valentin Silvestrov, che qui torna “alla sorgente della musica” come nei Liturgical Chants.

Pittore, regista, scenografo, artista, Sylvano Bussotti è alla Biennale con Per 24 voci adulte o bianche, una sorta di happening vocale che vanta una versione teatrale del Living Theatre (nel 1967 a Bordeaux). Parte del ciclo Cinque frammenti all’Italia, in cui Bussotti “scompone testi di Rilke, Adorno, Braibanti, Michelangelo, D’Annunzio, Baudelaire, Jacopone da Todi … oscillando tra libertà sconfinata e rigoroso attaccamento a un metodo”.

Rothko Chapel di Morton Feldman, come molti lavori del compositore statunitense, si ispira alle grandi tele dell’espressionismo astratto americano, in questo caso l’edifico ottagonale della Rothko Chapel.

“Il linguaggio di Rothko arriva fino al bordo delle sue tele e io volevo ottenere lo stesso effetto con la mia musica, che avrebbe dovuto permeare l’intera stanza ottagonale e non essere ascoltata in un punto definito”.

Progetto compositivo per la Basilica di San Marco e la Cappella Marciana

È nell’acustica perfetta della Cappella Marciana della Basilica di San Marco che trova spazio Il viaggio della voce, composizione site-specific per voci registrate commissionata dalla Biennale a Christina Kubisch, pioniera della sound art tedesca, già professore presso la Hochschule der Bildenden Künste di Saarbrücken, dove ha fondato il primo dipartimento tedesco di arte audio-visiva.

Induzione elettromagnetica, raggi ultravioletti, energia solare, Kubitch è un’artista interessata a un ascolto spaziale fuori dai luoghi deputati che impongono la frontalità dell’esecuzione. I suoi lavori sono frutto di studi approfonditi della specificità del luogo prescelto. Così anche la Cappella Marciana diventa oggetto delle sue ricerche.

Colpita dalla Venezia rinascimentale e barocca verso cui convergono musicisti da tutta Europa Christina Kubisch si chiede: “Che cosa succederebbe se quei viaggi si ripetessero con le possibilità di oggi? Se le voci rinascimentali dei compositori di San Marco tornassero al loro paese d’origine ma in un mondo contemporaneo?”.

Da qui ha inizio Il viaggio della voce, dalle voci registrate dei cantori di San Marco, portate come proprio “bagaglio” da Christina Kubisch in giro per l’Europa a dialogare con altri spazi: “con chiese, chiostri (ma forse anche uffici moderni), dove i suoni pre-registrati vengono diffusi e registrati di nuovo… dando vita a “una nuova polifonia astratta”.

“I viaggi della voce quindi non si creano al computer con un programma digitale – scrive la Kubisch – ma, anche se certi procedimenti elettronici saranno necessari, si tratta del procedimento di un momento nel corso del tempo. Ci vuole molto tempo. Viaggi lenti e lunghi e non troppi. Poi tutto questo materiale torna a Venezia a San Marco per essere diffuso, alternato in una serata con il canto “reale” del coro del maestro Gemmani”.

Moving Still – Processional crossings

Commissionata dalla Biennale, l’opera processionale intitolata Moving still – processional crossings è ideata da Marta Gentilucci – compositrice italiana con formazione internazionale, dottore in composizione a Harvard e compositrice in residenza di ricerca all’Ircam di Parigi – in collaborazione con quattro poetesse contemporanee autrici dei testi inediti. Sono Elisa Biagini, Irène Gayraud, Shara McCallum e Evie Shockley, provenienti da lingue, culture, estetiche diverse ma accomunate dal “lavoro sull’oralità, sull’importanza della trasmissione sonora del testo” (M. Gentilucci).

L’opera si svolgerà lungo un percorso che parte nel tardo pomeriggio dai Giardini attraversa le calli e i campi di Venezia incontrando il pubblico in movimento per la città, per concludersi all’interno del Teatro alle Tese. Una riflessione sull’andare e lo spostarsi di un gruppo di persone in tutte le sue varianti – dall’atto religioso al corteo di protesta alla migrazione, “sul dovere o potere andare altrove”.
Concepita per ensemble vocale misto e quattro voci recitanti, l’opera vedrà protagoniste le dodici voci dell’ensemble Sequenza 9.3 di Parigi cui si uniranno altrettante voci dalle classi di canto del Conservatorio di Venezia, tutte sotto la guida di Catherine Simonpietri. Firma la regia Antonello Pocetti.

Solo Voices

Compositrice, performer, vocalist, Jennifer Walshe a Venezia sarà protagonista di un assolo per voce, video ed elettronica: Is It Cool To Try Hard Now? Se la sua musica ha ricevuto tanti riconoscimenti – Kranichsteiner Musikpreis ai Ferienkurse für Neue Musik di Darmstadt, Foundation for Contemporary Arts di New York, BASCA British Composer Award for Innovation – Jennifer Walshe è famosa anche per progetti multimediali – composizioni, installazioni, partiture grafiche, film, fotografie, sculture – presentati in musei e gallerie di New York, Houston, San Francisco, Tel Aviv e in Europa.

Canta in nove lingue mescolando stili e repertori Elina Duni, cantante e compositrice jazz emigrata a dieci anni in Svizzera dall’Albania e considerata “fra le voci più intense della nuova scena musicale europea”. Così Partir, il concerto solista che vede Elina Duni protagonista alla Biennale, affronta temi universali come la partenza, l’esilio, l’abbandono attingendo al repertorio tradizionale balcanico, yiddish, armeno e del meridione italiano, sviluppando “la sua personale ricerca espressiva grazie alla fusione delle melodie della tradizione con sonorità jazz e dipingendo un quadro sonoro nel quale si intersecano storie musicali diverse”.

Compositrice e vocalist di origine svizzera e ghanese, Joy Frempong presenta un progetto che esplora i diversi mondi performativi dello spoken-word: un assolo per voce, loop machines, tastiere, campionamenti ed elementi narrativi. Parte dei suoni e delle storie verrano campionate a Venezia, una città da cui Frempong è stata fortemente attratta e che ha visitato molte volte dopo il suo primo viaggio alla Biennale d’Arte all’età di 17 anni.

Sound artist, multi strumentista, producer, Zuli, ovvero Ahmed El Ghazoly, opera nella scena alternativa clubbing del Cairo e in quella elettronica con il Kairo Ist Koming (KIK). A livello internazionale vanta collaborazioni con Aphex Twin, Autechre, Ben Ufo, Bradley Zero e Richie Hawtin. A Venezia propone un set che intesse voce umana e nuove tecnologie, esplorando la capacità di questo affascinante strumento umano di “esprimere idee musicali attraverso metodi diversi come il campionamento e la correzione del tono (tramite Autotune, Melodyne e vari software)”.

Biennale College Musica

In sintonia con il tema del Festival, Biennale College affronta quest’anno “le potenzialità drammaturgiche della voce, promuovendo nuove opere musicali a cappella, installazioni sonore e performance site specific sempre dedicate alla voce e dislocate in diversi luoghi della città di Venezia” (L. Ronchetti).

I programmi di seminari teorico-pratici che coinvolgono i giovani artisti selezionati, articolati in diverse sessioni tra aprile e settembre e guidati da una squadra di tutor (Samir Odeh-Tamimi, Jennifer Walshe, Andreas Fischer, Guido Barbieri, Thierry Coduys, Guglielmo Bottin, Roberto Benozzo, Catherine Simonpietri) si concluderanno con la presentazione di sei opere originali e l’esecuzione di importanti pagine di musica vocale contemporanea.

Dalle 154 partecipazioni da 26 Paesi diversi, sono stati selezionati 4 compositori, 3 performer, 1 ensemble vocale. Sono i compositori Maria Vincenza Cabizza, Manuel Hidalgo Navas che presenteranno due brani originali per ensemble vocale; i compositori Jack Sheen e Chonglian Yu, che saranno autori di due installazioni sonore site specific utilizzando anche materiali vocali pre-registrati; i performer Daniele Carcassi, Xu Tong Lee e Agita Reke, che presenteranno performance sperimentali operanti sulla voce pre-registrata; infine l’ensemble vocale Evo, costituito da Veronica Bartolomei, Eleonora Braconi, Alessandro Cavazzani, Cinzia D’Anella, Ervin Dos Santos, Emanuele Gizzi, saranno interpreti per il Festival di alcune pagine fondamentali della letteratura vocale contemporanea.

La parte elettronica sarà prodotta nella sede del Centro di Informatica Musicale e Multimediale della Biennale di Venezia (CIMM), che metterà a disposizione hardware e software necessari sotto la guida dell’ingegnere del suono Thierry Coduys.

In collaborazione con Rai Radio 3 cinque audio-documentari verranno realizzati da Giovanna Natalini per la trasmissione Tre soldi: un diario di bordo del laboratorio compositivo e performativo dei giovani artisti di Biennale College, dall’ideazione alla realizzazione dei loro progetti originali.

Lezioni di musica

Un Festival dedicato alla coralità nella città che è stata officina del contrappunto vocale si confronta con questo antico passato attraverso quattro lezioni di musica dal vivo. In collaborazione con Rai Radio 3 e con la cura di Paola Damiani, il compositore, musicologo e pianista Giovanni Bietti condurrà dalla Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, sede della Biennale, quattro lezioni sulla polifonia vocale veneziana: dai Salmi di Adrien Willaert al Magnificat di Antonio Vivaldi, “per mostrare all’ascoltatore la modernità stupefacente di questa musica, che continua a essere fonte d’ispirazione per molte composizioni d’oggi” (G. Bietti).