Quando si parla di prezzo dell’energia, il dibattito spesso si ferma alla cifra finale: quanto costa un chilowattora, quanto pesa la bolletta, quanto è aumentata rispetto al mese precedente. È una reazione comprensibile, perché la bolletta arriva e va pagata. Ma proprio da questo nasce un equivoco: la spesa che si vede è l’esito di più fattori che si sommano e una di queste parti più citate è anche una delle meno verificate in maniera consapevole.
Il risparmio nasce dal capire su quali numeri si basa la componente energia e come quel valore si trasferisce dal mercato all’offerta del fornitore. Ta questi numeri, il PUN è il più noto, ma bisogna capire cos’è, come funziona e su quali elementi della bolletta pesa davvero.
Cos’è il PUN e perché è importante
Nel momento in cui ci si chiede qual è il PUN oggi, si sta guardando un valore che nasce sul mercato all’ingrosso dell’energia elettrica, ovvero dove produttori e operatori scambiano grandi quantità prima che l’elettricità arrivi nelle case. Questo prezzo di riferimento viene spesso usato come base per molte offerte indicizzate: in quei contratti, la componente materia energia segue l’andamento del mercato invece di restare bloccata per un periodo.
Il punto, però, è che il PUN non coincide con il prezzo finale pagato in bolletta: è una base su cui poi si innestano lo scarto applicato dal fornitore, le eventuali quote fisse e, a seguire, le altre voci della bolletta che non dipendono dalla scelta commerciale.
Di conseguenza, controllare il PUN è utile quando si vuole capire se il prezzo energia di una tariffa indicizzata sta seguendo il mercato e quanto quel movimento incide sul costo effettivo del chilowattora, una volta aggiunti gli altri elementi contrattuali. Il PUN è importante per orientarsi, ma soltanto se lo si collega al proprio contratto, altrimenti il rischio è quello di guardare un numero corretto e trarre una conclusione sbagliata.
Il passaggio dal mercato all’offerta commerciale
Il processo che porta dal mercato dell’energia all’offerta vera e propria avviene attraverso un meccanismo specifico. Nel mercato all’ingrosso si forma un prezzo, il fornitore costruisce un’offerta decidendo come trasferire quel prezzo al cliente finale. Qui entrano in gioco due decisioni, spesso decisive.
La prima riguarda il tipo di indicizzazione: alcune offerte si basano su un valore medio mensile, altre su logiche diverse definite dal contratto. La seconda riguarda i costi aggiunti dal fornitore: lo scarto sul chilowattora e la quota fissa.
Chi controlla solo il prezzo variabile e non prende in considerazione la quota fissa rischia di fraintendere la convenienza, soprattutto se i consumi sono bassi. In presenza di consumi ridotti, una quota mensile elevata può assorbire gran parte del vantaggio di un prezzo dell’energia competitivo.
Indicizzato o fisso: cosa cambia davvero
Il confronto tra prezzo fisso e prezzo indicizzato viene spesso ridotto a una scelta che riguarda la sicurezza o la possibilità di risparmio. In realtà, il tema è più concreto: si tratta di decidere come gestire l’incertezza.
Con una tariffa a prezzo fisso, il cliente acquista stabilità sulla componente energia per un periodo definito. Si può pagare un valore iniziale più alto rispetto al mercato del momento, ma si evita che una fase di rialzi porti la spesa su livelli difficili da gestire. Con una tariffa indicizzata, si accetta che la spesa vari nel tempo, con l’idea che, quando i prezzi scendono, anche la bolletta possa seguire quel calo.
La scelta dipende dalle abitudini domestiche e dalla capacità di assorbire oscillazioni. Se una famiglia vuole la massima prevedibilità, perché il budget mensile è già stretto, tende a privilegiare la stabilità. Chi invece può tollerare mesi più costosi e mesi più leggeri e ha voglia di controllare periodicamente i dati può valutare l’indicizzato, facendo attenzione a due aspetti: lo scarto sul kWh e la quota fissa, che restano costanti anche quando il mercato scende.