Monica Busetto, operatrice socio sanitaria residente a Mestre, sta scontando nel carcere di Verona una condanna a 25 anni per l’omicidio della dirimpettaia Lida Taffi Pamio. I difensori Alessandro Doglioni e Stefano Busetto hanno depositato una nuova istanza di revisione del processo, la seconda dopo il rigetto del Tribunale di Trento del 20 marzo 2024.
L’obiettivo è ottenere la riapertura del caso mettendo in discussione la principale prova a carico.
Delitto Pamio
L’omicidio risale al 20 dicembre 2012. Lida Taffi Pamio, 87 anni, venne trovata senza vita nel proprio appartamento di Mestre dai Vigili del Fuoco, intervenuti dopo l’allarme dei vicini. Il corpo presentava ferite da arma da taglio al collo e all’addome ed era riverso in una pozza di sangue.

Per mesi le indagini non portarono a risultati concreti. Nel gennaio 2014 l’attenzione si concentrò sulla vicina di casa Monica Busetto, arrestata come principale sospettata e poi condannata in primo grado a 24 anni e mezzo, pena successivamente rideterminata.

A Capodanno 2015 emerse però un nuovo scenario: Susanna Lazzarini, fermata per l’omicidio di un’altra anziana, confessò anche l’assassinio di Pamio. La confessione aprì un secondo filone e portò alla scarcerazione temporanea di Busetto con obbligo di firma e dimora.

Nel corso degli interrogatori Lazzarini fornì versioni contrastanti: inizialmente dichiarò di aver agito da sola, poi parlò di un presunto intervento della vicina nella fase finale dell’aggressione. Secondo la Corte d’appello di Trento, il ruolo materiale attribuito a Busetto non avrebbe trovato riscontri oggettivi sufficienti.
Nuova richiesta di revisione per Monica Busetto
La richiesta di revisione presentata ora dai legali di Busetto si concentra sulla cosiddetta “prova regina”: una catenina trovata nel portagioie dell’imputata e ritenuta dagli investigatori appartenente alla vittima. Sul gioiello, al secondo esame, erano stati rilevati tre picogrammi di Dna riconducibili all’87enne.
Secondo la difesa, il monile non sarebbe della pensionata e la traccia genetica potrebbe essere frutto di contaminazione.
Secondo quanto riportato da Il Gazzettino, a sostegno della tesi difensiva è stata prodotta una nuova perizia basata su fotografie inedite reperite tra i familiari della vittima. In precedenza l’accusa aveva stimato la lunghezza della collana da un’unica immagine parziale, ipotizzando 58 centimetri, misura compatibile con quella trovata a casa dell’imputata.
Le nuove foto mostrerebbero invece il gioiello per intero, con medaglietta. Tre consulenti in immagini digitali hanno stimato una lunghezza compresa tra 68 e 74 centimetri.
Per la difesa si tratterebbe quindi di due oggetti diversi. Elemento che, se ritenuto nuovo, potrebbe integrare il requisito necessario per la revisione.
Dubbi sulla catena di custodia
Un’ulteriore criticità riguarderebbe la conservazione dei reperti. Secondo la genetista consulente della difesa, la catena di custodia sarebbe risultata regolare fino alla prima analisi eseguita a Padova.
Successivamente i reperti, inizialmente suddivisi in sette plichi, sarebbero diventati otto, con la catenina collocata in un involucro insieme a materiale proveniente dalla scena del crimine. La busta, pur sigillata, sarebbe stata aperta e richiusa più volte. Circostanza che, per la consulente, potrebbe aver aumentato il rischio di contaminazioni.
L’ultimo elemento riguarda le procedure di sanitizzazione del laboratorio. Durante il processo di primo grado era stato riferito che i piani di lavoro venivano trattati con raggi ultravioletti prima di ogni analisi per evitare trasferimenti di materiale biologico.
Successivamente sarebbe emerso che la sanificazione non veniva effettuata dopo ogni reperto ma solo all’inizio e alla fine delle sessioni. Una modalità che, secondo la difesa, potrebbe aver favorito la dispersione di particelle biologiche, anche considerando che prima della catenina era stato analizzato il coltello utilizzato nell’aggressione.