A dieci anni dagli attentati del 13 novembre 2015, Parigi si prepara a ricordare una delle notti più buie della sua storia. In quella serie di attacchi coordinati da un commando dell’ISIS persero la vita 130 persone.
Tra loro, l’unica vittima italiana: Valeria Solesin, 28 anni, originaria di Venezia, ricercatrice all’Institut national d’études démographiques e dottoranda alla Sorbona. Si trovava al Bataclan, insieme al fidanzato e a un gruppo di amici, per assistere al concerto degli Eagles of Death Metal.

Dieci anni senza Valeria Solesin
Nel giorno di questo tragico anniversario, la sua famiglia continua a trasformare il dolore in una forma di resistenza silenziosa. La madre, Luciana Milani, è tornata a Parigi per partecipare alle cerimonie ufficiali del decennale. Considera la capitale francese non solo il luogo dove sua figlia ha perso la vita, ma anche quello in cui aveva costruito la propria identità.
Come ha raccontato al Corriere del Veneto, tornarci, per lei, significa ritrovare una parte di Valeria attraverso gli amici e i colleghi che ne mantengono vivo il ricordo.

Nel corso di questi anni, la famiglia Solesin ha scelto di rimanere legata alle persone che avevano condiviso con Valeria la quotidianità parigina. La madre ha spiegato più volte quanto sia stato importante non interrompere quei rapporti: un modo per preservare le connessioni umane che la perdita avrebbe potuto cancellare.
Il percorso del lutto, raccontano, non è stato privo di silenzi. All’inizio, la paura di ferire o di essere feriti aveva reso difficile parlare. Solo col tempo, quella comunità di affetti ha imparato a ritrovare un equilibrio, a confrontarsi con la mancanza senza timore.

Durante il lungo processo agli attentatori, iniziato nel 2021 e celebrato in un’aula speciale sull’Île de la Cité, Luciana Milani ha scelto di essere presente. Ha voluto ascoltare, capire, ma soprattutto testimoniare. In aula si è rivolta agli imputati chiedendo loro di riconoscere l’umanità delle vittime. Secondo la madre di Valeria, proprio la disumanizzazione dell’altro è ciò che aveva reso possibile quella violenza cieca.
Negli anni, la famiglia Solesin ha sempre mantenuto un tono misurato, rifiutando ogni forma di odio o vendetta. La loro è stata una scelta etica, quasi civile: affrontare la tragedia cercando di restare fedeli all’esempio di Valeria, giovane donna curiosa, impegnata, convinta che la cultura e la solidarietà fossero strumenti di libertà.
La perdita di Valeria, sottolineano i genitori, li ha costretti a confrontarsi con una “terra incognita”, ma non li ha spezzati. Hanno scelto di non lasciare che quell’omicidio li rendesse peggiori. Hanno deciso di restare umani, di trovare nella vita quotidiana e nelle relazioni la risposta più forte alla barbarie.
Il ricordo di Valeria a Venezia
Dieci anni dopo, il nome di Valeria Solesin continua a essere legato a progetti di studio, borse di ricerca e iniziative dedicate all’impegno civile e alla parità di genere. La Ca’ Foscari le ha intitolato un ponte nella zona universitaria di Venezia, luogo simbolico per una ragazza che aveva dedicato la vita allo studio, alla ricerca e ai valori europei di libertà e convivenza.
Oggi viene ricordata così in un post su Facebook:
“Oggi ricorre il decimo anniversario dell’attentato al Bataclan di Parigi. Un evento tragico in cui ha perso la vita Valeria Solesin, giovane ricercatrice veneziana. A lei è intitolato il ponte che collega la stazione ferroviaria al campus economico di Ca’ Foscari a San Giobbe. Alla famiglia di Valeria va l’abbraccio di tutta la comunità cafoscarina“.
Anche il Governatore Luca Zaia ha condiviso sui social un ricordo di quel tragico evento:
“Per non dimenticare Valeria Solesin. Il 13 novembre 2015 un commando jihadista seminò il terrore nel cuore della Francia e dell’Europa, lasciando dietro di sé 130 morti e 450 feriti, tra cui la giovane veneziana Valeria Solesin, assassinata dai terroristi islamici durante la strage del Bataclan a Parigi.
La 28enne veneta risiedeva nella capitale francese per concludere la sua tesi di dottorato in Sociologia all’Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne. Quella tragica sera, Valeria si trovava nel locale in cui ci fu il più alto numero di vittime (90): morì tra le braccia del fidanzato, colpita da un unico proiettile durante gli spari degli attentatori.
Per la Francia fu il più grave attacco sul suo territorio in tempo di pace. Oggi ricordiamo Valeria e tutte le vittime di quella terribile notte”.
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