Senza quorum

Referendum sulla giustizia: a Mestre la campagna di Fratelli d’Italia per il “sì”

Il partito di centrodestra sostiene la separazione delle carriere dei magistrati e la riforma del Csm

Referendum sulla giustizia: a Mestre la campagna di Fratelli d’Italia per il “sì”

Il 22 e il 23 marzo 2026 gli italiani saranno chiamati a votare un referendum costituzionale confermativo sulla riforma dell’ordinamento giudiziario che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri e modifica la composizione del Consiglio superiore della magistratura (Csm). La consultazione non prevede quorum: sarà valido qualunque sia la percentuale di chi si recherà alle urne.

Da Mestre, Fratelli d’Italia ha lanciato la sua campagna per il , sostenendo che la riforma costituzionale possa rafforzare la terzietà del giudice e rendere più equilibrato il rapporto tra accusa e difesa.

Cosa ci sarà scritto sulla scheda elettorale

Il quesito che gli elettori troveranno sulla scheda chiede di approvare il testo della legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”.

Approvato dal Parlamento e pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 30 ottobre. La riforma interviene su diversi articoli della Costituzione per:

  • Separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri, abolendo i passaggi tra i due ruoli nel corso della carriera;
  • Istituire due distinti organismi del Csm (uno per ciascuna carriera);
  • Creare un’Alta Corte disciplinare per i magistrati.

Perché Fratelli d’Italia vuole il “Si”

I sostenitori del sì, a partire da Fratelli d’Italia, insieme agli altri partiti di maggioranza come Lega e Forza Italia, sostengono che la riforma costituzionale possa rendere la giustizia italiana più chiara e trasparente. secondo loro, separare nettamente le carriere dei magistrati giudicanti da quelle dei pubblici ministeri permette di eliminare ambiguità di ruolo e possibili conflitti di interesse, rafforzando così l’imparzialità dei giudici.

Per i promotori del sì, la distinzione dei ruoli non riguarda solo la forma: codificare la separazione costituzionalmente significa rendere più prevedibile e stabile il funzionamento della magistratura, allineandosi a modelli presenti in molte democrazie europee. Inoltre, l’introduzione di strumenti come l’Alta Corte disciplinare dovrebbe aumentare la responsabilità dei magistrati e ridurre l’influenza delle correnti interne, secondo quanto sottolineano alcune associazioni di giuristi vicine ai partiti di maggioranza.

Il senatore Raffaele Speranzon, intervenendo durante l’evento di apertura:

“attraverso un sì sulla scheda al referendum possiamo permettere all’Italia di avere una giustizia più giusta. Avere la terzietà del giudice attraverso la separazione delle carriere”.

Raffaele Speranzon

Anche il fronte del no si mobilita

La campagna referendaria è già nel vivo sull’altro fronte. A Padova, il Partito Democratico e i comitati per il no stanno organizzando banchetti informativi per spiegare le ragioni del loro voto contrario. Secondo i promotori del no, la riforma non affronta i problemi reali della giustizia, come l’efficienza dei processi o il funzionamento dei tribunali, e potrebbe indebolire l’indipendenza effettiva della magistratura, creando squilibri nell’autogoverno delle toghe e un’incursione del potere politico nelle istituzioni giudiziarie.

Le critiche più frequenti sollevate da chi invita a votare no riguardano anche la creazione di nuovi organismi, che potrebbe aumentare la complessità amministrativa, e allungare i tempi del sistema giudiziario.

Un voto sotto i riflettori politici e giuridici

Il referendum sta accendendo un dibattito intenso non solo tra i partiti, ma anche tra giuristi e associazioni di categoria. Alcuni esperti sostengono che la riforma possa portare a maggiore imparzialità, distinguendo nettamente le funzioni di chi indaga da quelle di chi giudica; altri ritengono che questo passaggio, da solo, non risponda ai problemi strutturali come la durata dei processi o l’accesso alle udienze.

In vista del voto di marzo, con le urne aperte domenica 22 e lunedì 23, campagne e posizioni continueranno a confrontarsi nelle piazze e sui media, in un clima che riflette l’importanza costituzionale della posta in gioco: non si abroga una legge ordinaria, ma si decide se confermare o respingere una modifica della Costituzione che tocca uno dei pilastri dello Stato di diritto.

Invitiamo i cittadini a informarsi e riflettere sull’impatto che il referendum potrebbe avere sul funzionamento della giustizia e sulla protezione dei diritti costituzionali.